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Segnato dalla pandemia da Covid-19, lo scorso 2020 è stato un anno decisamente complicato anche per un comparto storicamente forte in Italia qual è quello del machinery. Ma dopo un primo bimestre del 2021 caratterizzato dal calo dell’export la fiducia e gli ordini sono tornati a crescere.

Per l’industria italiana delle macchine utensili il 2020 si era chiuso con numeri da brivido vista la discesa del 23,7% delle produzioni a un valore di poco inferiore ai cinque miliardi di euro.
Sul fronte interno le vendite hanno subìto una flessione da 28,2 punti percentuali e hanno superato a stento i due miliardi; su quello dell’export il calo è stato del 20% per un fatturato da 2,8 miliardi.

Né si era aperto sotto una buona stella il 2021, a fronte del -15,7% segnato dalle esportazioni (366 milioni di euro) e del -26,2% fatto registrare dall’import (124 milioni) soltanto nel primo bimestre.

«L’andamento negativo del mercato», precisa Davide Fusari, country manager per l’Italia della multinazionale R+W, è legato a doppio filo a quello dell’automotive che l’anno scorso ha registrato numeri particolarmente negativi a causa della Pandemia che ha congelato anche le commesse di nuovi aeromobili.
Due comparti che da sempre danno ossigeno al mercato delle macchine utensili».

Ma qualcosa inizia a muoversi, per fortuna.

Giunti a metà 2021, infatti, il peggio sembra esser passato per il comparto, almeno secondo l’indice sulla raccolta ordini elaborato dal Centro Studi & Cultura di UCIMU – SISTEMI PER PRODURRE, la sigla che rappresenta i costruttori nazionali.

Fra gennaio e marzo esso si è attestato infatti a 169 punti con un incremento del 48,6% rispetto allo stesso periodo del 2020.

L’aumento degli ordinativi dall’Italia è risultato pari al 157,9%, sempre a paragone con quanto visto nei primi tre mesi dell’anno scorso; e le richieste dall’estero hanno ripreso a loro volta vigore (+30,5%).

Performance positiva, ma Cina e USA corrono

Certo, è presto per cantare vittoria e lo sa bene la presidente di UCIMU – SISTEMI PER PRODURRE Barbara Colombo, amministratrice delegata della varesina Ficep.

«I dati registrati in questo primo trimestre», ha detto Colombo, «sono sicuramente positivi e ci permettono di tirare un po’ il fiato dopo mesi di grande difficoltà.
Detto ciò, gli incrementi rilevati vanno ben ponderati: essi, infatti, si confrontano con i risultati messi a segno in un periodo, quello della prima parte del 2020, davvero difficile perché, di fatto, dalla fine di febbraio ci siamo trovati a dover fronteggiare i primi effetti della pandemia internazionale.

Il mercato interno», ha proseguito, «che già alla fine del 2020 avevamo percepito avesse ripreso a macinare ordini, sta rispondendo bene, sostenuto in questo anche dalle misure di incentivo agli investimenti in nuove tecnologie di produzione previsti dal Piano Transizione 4.0 (ne parleremo fra breve, ndr).

Anche le indicazioni raccolte sui mercati stranieri sono positive, ma la ripresa presenta velocità differenti: la Cina e gli Stati Uniti hanno un’attività decisamente vivace, mentre i paesi dell’area euro hanno ingranato solamente adesso».

Incentivi 4.0, le nuove regole

Come detto sopra per accompagnare le imprese nel processo di transizione tecnologica e di sostenibilità ambientale, rilanciando il ciclo degli investimenti penalizzato dall’emergenza legata al COVID-19, nella legge di Bilancio 2021 il Piano Transizione 4.0 è stato esteso fino al 2022 grazie anche alle risorse messe sul piatto dal Recovery plan.

Ma i tre incentivi 4.0: il credito d’imposta per beni strumentali nuovi; il credito d’imposta ricerca, sviluppo, innovazione e design e il credito d’imposta per la formazione 4.0, presentano una serie di novità.

Clicca qui per leggere tutto quello che c’è da sapere.

Si prevede che il credito di imposta per beni materiali e immateriali 4.0 sarà utilizzato mediamente da poco meno di 15 mila imprese ogni anno e che quello per ricerca, sviluppo e innovazione verrà mediamente usato da circa 10 mila imprese l’anno.

Il contributo delle istituzioni

Oltre che sul versante dei programmi per Industria 4.0 la sigla si è recentemente spesa per richiedere, insieme con l’Associazione italiana leasing (ASSILEA) un pronto rifinanziamento delle misure note come Nuova Sabatini e Tecno Sabatini.

Già all’inizio di giugno i fondi stanziati stavano per terminare e il loro esaurimento rischia, secondo le due associazioni, di imprimere una brusca frenata ai piani di sviluppo di tante imprese della Penisola.

Come riportato fra gli altri da Meccanica Plus, ASSILEA ha stimato che nel solo mese di maggio le prenotazioni per la Nuova Sabatini abbiano raggiunto l’ammontare di 1,335 miliardi di euro.
E che «nel periodo gennaio-maggio 2021 il leasing» abbia finanziato «3,342 miliardi di euro di investimenti in mezzi di produzione, 1,214 miliardi in Sabatini Ordinaria e 2,128 miliardi in Tecno Sabatini, a sostegno delle eccellenze quali meccanica, manifattura, trasporto e agroalimentare».

Tutte manovre che daranno un considerevole colpo di acceleratore al mercato delle macchine utensili.

«Specie per quei costruttori che hanno una gamma di macchine più adatta al mercato italiano e di conseguenza per i fornitori di componenti. Come del resto già successo in passato», dice Fusari.

«Nel 2019, per esempio, anno in cui la Legge di Bilancio aveva stanziato 480 milioni di euro per il rifinanziamento della Nuova Sabatini per gli anni 2019 e 2020, i nostri volumi di vendita hanno subito una crescita considerevole.
Per questo guardiamo con ottimismo ai prossimi mesi, nella speranza che il mercato dell’automotive e quello degli aeromobili tirino la volata a quello delle macchine utensili», conclude il manager.

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